"Piove" mormorò mogio Feyha, con il naso incollato alla finestra della cucina.
L'acqua veniva giù a secchiate rigando il vetro di grossi goccioloni trasparenti.
Eden stava controllando il caffè che saliva dalla caffettiera borbottante, ma non disse una parola. Aveva l'aria seria e compunta che spesso le vedevano addosso quando era persa nei suoi pensieri. Il naso un po' sollevato, le labbra contratte e l'espressione leggermente snob per la quale Kahèl la prendeva in giro continuamente. Eden apparteneva ad una famiglia nobile e il suo atteggiamento un po' impostato ne era una diretta conseguenza. Passare poi metà della sua vita in un santuario come vestale e poi come Alta Sacerdotessa non aveva certo migliorato le cose anzi, se possibile, le aveva esasperate. Solo ultimamente, viaggiando con persone di rango inferiore e dotate di modi di fare più spicci si era leggeremente allentata.
"Usciamo lo stesso?" Chiese l'elfo, quando nessuno commentò la sua precedente constatazione. Era ancora in piedi davanti alla finestra, con entrambe le mani sul vetro. La pioggia aveva reso i suoi occhi di un verde più scuro, come se risentissero del tempo.
"Certo che usciamo!" replicò Kahèl, le braccia incrociate e un tic nervoso al sopracciglio. "Ma senti questo..."
Mickhayll era vicino alla porta d'ingresso. Stava cercando di valutare se fosse il caso o meno di portarsi dietro le armi. Zendaru poteva reagire male e in qualche modo dovevano pur difendersi. Il bastone della sua pregiatissima falce era infilato nel portaombrelli come una cosa priva di utilità. La lama a semiluna era fatta di pura energia e sarebbe comparsa dal nulla non appena lui lo avesse voluto. Era un'arma elegante e raffinata, qualcosa di sottile e silenzioso che si accompagnava ai suoi movimenti con una grazia pari a quella del suo corpo. Ricordava di essersi servito di essa, ma sembrava un passato molto lontano. Come una vita precedente. Per un attimo si chiese se sarebbe stato sempre capace di usarla dopo tutto quel tempo. Se l'avesse stretta tra le mani, avrebbe ricordato come si usava o sarebbe stato un oggetto estraneo?
Capo, le armi..? iniziò mentalmente. Il collegamento telepatico tra un capo e il suo subordinato non era magia, nè potere: era uno stato naturale delle cose. Un legame molto forte, che il subordinato non aveva con nessun altro se non con il suo padrone e creatore. In questo caso, la situazione di Mickhayll era strana: non era stato Kahèl a dargli la vita, ma Tala - la più potente dei tre Empi Sovrani che gestivano le potenze negative della Seconda Dimensione. La demone lo aveva creato con la sua energia per poi regalarlo a Kahèl, che era il primo dei suoi subordinati e il favorito. Per Mickhayll, dunque, master e creatore non coincidevano in un'unica figura e possedeva un collegamento mentale sia con Tala che con Kahèl. Questo lo rendeva servo di due padroni, sebbene la sua devozione fosse sempre stata molto più forte per Kahèl che non per la madre demoniaca che li accumunava. Sfiorò con le dita l'asta della sua falce, rendendosi conto che non aveva più pensato a queste cose da quando era lì. C'era uno strano significato nel recuperare la sua arma ora, dopo così tanto tempo.
Direi di sì Rispose Kahèl, senza bisogno di voltarsi. Potevano parlare per ore senza che il loro viso mostrasse agli altri che quella discussione stava avvenendo. Da oggi si fa sul serio, basta giocare agli esseri umani.
Mickhayll strinse la mano intorno all'asta e deglutì pesantemente. Non ripose. La lama si accese senza un suono, aprendosi in avanti. Per qualche istante sembrò che si fosse ritagliata uno spazio nella realtà che li circondava, ma fu solo un effetto ottico. Quando la luce si affievolì, rimase un bagliore opalescente che sembrava innocuo ma aveva il filo più tagliente che si fosse mai visto.
"Misha! Vieni a vedere!" la voce di Feyha sembrò rompere il collegamento mentale. Molto più verosimilmente, Kahèl interruppe la comunicazione irritato da quella voce che si era interoposta tra loro.
Il demone espirò. "Che cosa c'è?" chiese. Sentì la propria voce pronunciare quelle parole come se fosse stato stanco o non ne avesse voglia e gli dispiacque. In fondo Feyha non sapeva niente di tutti i dubbi che erano riusciti ad assillarlo in quei pochi istanti.
L'elfo si voltò sorridendo, ma i suoi occhi si fecero scuri quando riconobbe l'arma del demone. Rimase per un pò immobile come se la novità avesse sorpreso anche lui. I mesi in quella dimensione avevano archiviato i ricordi dei combattimenti passati anche nella sua testa. Tutto era stato così normale, così tranquillo che...
Abbassò lo sguardo. "Devo recuperare il mio arco appena Tears ed Ele-chan si svegliano" mormorò soltanto.
"Che cosa volevi farmi vedere?" insistette Mickhayll, cercando di suonare più accomodante questa volta. Non voleva che i suoi problemi potessero in qualche modo intristire l'elfo. Aveva imparato che era più facile far soffrire le persone che farle felici. Bastava una parola detta male e niente era più come prima. E lui ci metteva così tanto a risistemare le cose che si preoccupava di stare attento a non fare nessun minimo passo falso.
Feyha scosse la testa, quindi sorrise incerto. "Niente, solo una stupidaggine" poi vide la tazza sul tavolo. "Meglio mangiare in fretta, o faremo tardi."
Mickhayll non disse niente, lo osservò mentre faceva colazione, poi il suo sguardo si incrociò con quello di Kahèl e non ebbe più dubbi che era appena finito qualcosa, anche se non era ben sicuro di cosa si trattasse.

Si aggirava per casa con indosso ancora il suo pigiama gigante di flanella, tutto azzurro.
Al posto del suo solito cappello da notte a punta, che era talmente lungo da strisciare in terra con il pon pon blu, aveva in testa un paio di cuffie di quelle professionali, con i regolatori di volume per ogni lato d'orecchio.
La lunghissima prolunga le collegava allo stereo del soggiorno mentre lui si aggirava per la casa raccogliendo gli appunti che Nakiri gli spediva giornalmente e che lui stampava, per studiarli mentre deambulava per la casa.
Claris dormiva ancora chiusa nella sua stanza, mentre lui saltellava ballando in gro, con fogli in mano e al seguito una dozzina di gatti che osservavano curiosi i suoi movimenti. Canticchiava mentalmente, senza voce.
Nelle cuffie, a palla, i The rasmus con 'In the shadow'.
Poggiò gli appunti sul tavolo del soggiorno un po' alla rinfusa, poi usò la scopa che era appoggiata lì vicino a mo' di chitarra elettrica e si aggirò suonandola come un idiota nel silenzio della mattina. Poco dopo Claris comparve sulla porta dell'anticamera stropicciandosi un occhio. Zen smise di fare il deficiente e si tolse le cuffie, lasciadole scivolare sul collo.
- Già sveglia? - Chiese fissando l'elfa mezza addormentata nella sua gigantesca camicia da notte verde acqua. Un orecchio su ed uno giù a mezz'asta.
- Si...- Biascicò lei ancora assonnata. - Anche con quelle cose in testa, la musica come la tieni tu si sente lo stesso...-
*GOCCIOLONE AZZURRO*
- Diventerai sordo...- Disse lei mentre spariva in cucina
- Ahem...mi spiace..t'ho svegliato -
- Vieni che faccio il caffè...- lo chiamò.
Zen poggiò le cuffie sullo stereo e spense la musica, poi entrò in cucina e si sedette al tavolo. La osservò mentre preparava il caffè.
- Hai poi chiesto a Nakiri che cosa aveva scritto in quella e-mail? - chiese l'elfa
- Mbhè, ho provato a chiamarlo ieri sera ma non era al computer. Poi ho lasciato perdere ^^;;;; -
Claris lo guardò. - Hai paura che ti sgridi per aver cancellato per sbaglio quella e-mail -
- Ahem...si...sai com'è il capo se s'arrabbia ^^;;;;;; Speriamo non fosse niente di importante -
-E magari lo era - commentò lei appoggiando le tazzine da caffè sul tavolo.
*gocciolone azzurro*
-Avanti Claris ^^;;;;; Non ti ci mettere pure tu insieme ai miei tarli mentali! ^^;;;; -


Doveva ammetterlo. Era davvero un bel ragazzo.
Electra se ne stava sdraiata su un fianco, così come si era svegliata, e fissava Tears dormire pesantemente di fianco a lei.
Il ragazzo dormiva a pancia sotto, a quattro di bastoni, con la guancia sinistra poggiata sul cuscino ed entrambe le mani sotto.
Le coperte lo coprivano solo fino al sedere, tutte scomposte, segno di un sonno piu o meno agitato. La schiena era nuda. Aveva quel tanto di muscoli che bastava per renderlo forte com'era ma non sproporzionato.
Non un palestrato, dunque. Nonostante i muscoli e i modi piu o meno rozzi in cui si muoveva, l'ossatura del semidio era abbastanza sottile ed armoniosa.
Anche se sottile ed armonioso non erano affatto vocaboli da mettere nella stessa frase in cui compariva il nome Tears Eirdar.
Electra rimase così a fissarlo fino a quando lui non arricciò il naso nel sonno, disturbato probabilmente da un sogno.
Piano piano aprì gli occhi e la vide lì accanto.
- Ciao... - lo salutò Electra.
- Uh...- Fu la sua risposta.
- Mi sa che tra poco dobbiamo alzarci. Non sono ancora venuti a chiamarci ma lo faranno a momenti -.
Tears sbuffò, poi richiuse gli occhi senza muoversi minimamente. Qualche decina di secondi dopo li riaprì e si voltò, mettendosi a sedere nel letto, stiracchiandosi e sbadigliando come un ippopotamo. Le coperte gli scivolarono sino alle anche. Anche sotto sembrava non indossare null e questa volta ci fece caso anche lui.
Si grattò la testa. - Ho mal di testa. Sono nudo. E nel letto con te invece che sulla poltrona con un elfo frocio nella stanza. - Esclamò lentamente, enumerando uno ad uno i fatti sulle dita - Devo dedurre ch'ero sul serio ubriaco ieri sera -
- Mbhè...un po' piu sciolto del solito diciamo, non proprio ubriaco. Dovresti bere piu spesso. -
Lui la fissò non capendo. I ciuffi castano rossicci gli incorniciavano il viso lisci.
Lei sorrise appena. Si stringeva le coperte al petto, ma anche dalla sua parte le lenzuola erano tutte incasinate. Il suo sonno era molto simile a quello del ragazzo.
Tears scosse la testa non ricordando assolutamente niente. Succedeva sempre così quando beveva: i ricordi gli sarebbero riaffiorati durante il giorno.
- Non ci sono ancora venuti a chiamare, giusto? -
Lei accennò un sì col capo. E lui a quel gesto si lasciò cadere di nuovo supino sul letto, stiracchiandosi ancora una volta. - Allora poltrisco un po' -
Lei sorrise e si avvicinò a lui, appoggiando la testa sulla sua spalla.
Tears sgranò gli occhi a palla. Da quando il Santo Gregario Mesis aveva voglia di...come si chiamavano? "Coccole" ! Ecco! Rimase immobile com'era mentre Electra si accoccolava più comoda accanto a lui. Sentì la sua pelle calda e nuda sfiorare la sua. Sospirò, poi sorrise e si mise piu comodo anche lui, facendo scivolare il braccio sinistro intorno alle spalle di lei. E li qualcuno bussò.
Colorite bestemmie mormorate accompagnarono la voce di Feyha dall'altro lato della porta.
- Ele-chan? Tears-chan? E' ora di alzarsi...la colazione è pronta -
- Arriviamo - Rispose Electra sovrastando le bestemmie di Tears.Ma non si mosse e rimase così ancora un po', vicino a lui. Fino a quando, un paio di minuti dopo, tirò un pugno sul petto del semidio e si alzò a sedere nel letto. - Avanti!! Pelandrone!! Muoviamoci!! -
Tears stava ancora tossendo quando lei si alzò dal letto. A quel punto la fissò fino a che non scomparì in bagno, godendosi il panorama di un Gregario nudo di spalle.
Scosse il capo, ridacchiando. Poi fissò i suoi vestiti lanciati a caso in giro per la stanza. Il suo sguardo si posò sui nuovi vestiti che lei gli aveva comprato il giorno prima.
Decise di mettersi quelli.

Quando uscì dal bagno, gli altri lo fissarono in silenzio, interrompendo i loro discorsi.
- Ce lo dirà direttamente lui - esclamò Kahèl fissandolo. Tears si era già lavato e vestito, ma aveva ancora lo spazzolino in bocca.
- Cosa? - Biascicò
- Quali sono le agenzie DHL in questa città - spiegò Mikcha squadrando com'era vestito. Non l'aveva mai visto con abiti tanto diversi da quelli che portava solitamente. Non gli avrebbe mai naturalmente accennato al fatto che così non faceva schifo come al solito.
Ed anche a Tears probabilmente non avrebbe fatto piacere sentirselo dire da un maschio.
- Ah - Disse il semidio scavando nella tasca destra del suo impermeabile e tirando fuori il taccuino su cui prendeva appunti. - Allora... - inziò sfogliando alcune pagine - Sono sei: Via Monte Napoleone 8, Viale Venezia 15, Via Quintino Sella 140, Via Caduti nei Lager 78, Viale Stelvio 102 e Via Mantova 15 -
- Perfetto - disse Kahèl. - Ognuno di noi andrà in un'agenzia diversa e qualcuno lo troverà -
- Eh? Quindi sarà uno scontro uno ad uno contro Zen? - Chiese Eden incredula. Zendaru non era un avversario facile da battere.
- Già - Confermò il demone
- E nel caso reagisse male? - Chiese tentennante Feyha.
- In tal caso lo attaccheremo. Lo scopo è farlo prigioniero, o farlo fuori, come preferite - fu l risposta di Khaèl.
- Quindi addio copertura - commentò Mickhayll.
- Mbhè, Nakiri sà già che siamo qui. Non usavamo la magia per rendere meno palesi le nostre mosse ma una volta che avremo per le mani il suo corriere, tutto questo non sarà più necessario -
-E quando uno di noi lo troverà, chiamerà gli altri? - Chiese Feyha.
-Sì e come? Ti ricordo che non possiamo comunicare tra di noi - Esclamò subito Eden, braccia incrociate e sopracciglio alzato, fissando la cartina della città che Khaèl aveva sottomano e sulla quale aveva appena finio di cerchiare le agenzie della DHL. - E saremo anche molto distanti gli uni dagli altri -.
- Chi lo prenderà, dovrà cavarsela da solo. L'appuntamento è qui in casa per le nove. Di solito per quell'ora il pacco è già stato consegnato a Nakiri, per cui Zendaru deve necessariamente presentarsi in agenzia prima -
Feyha consegnò una chiave a Tears. - Tears-chan? Riesci a fare 6 copie di questa chiave? Così ognuno di noi ne avrà una -
Tears guardò il cielo. Mo' era diventato il fabbricante di chiavi?? Sbuffò, poi prese la chiave. Fendette l'aria con la mano destra e prese da chissà dove una palla di Nulla. Si mise a lavorarci sopra.
Mickhayll si mise a strappare con cura le pagine del Lungostrada.
"A che scopo stai distruggendo questo libro?" chiese Eden incuriosita. Indossava una camicetta bianca da donna, sopra una gonna ampia di un colore tra il malva e il rosa che si legava con un laccio in tinta, girato un paio di volte intorno alla sua vita. Si era sporta in avanti, spalla a spalla con il ragazzo che era appena appena più alto di lei.
Il demone non rispose fino a che non ebbe in mano sei pezzi di carta diversi. "Non è un libro, è uno stradario" spiegò, senza guardarla. "Una sorta di....hum, diciamo una mappa ben dettagliata della città"
Eden annuì, con le mani intrecciate dietro la schiena. "E questa cosa va fatta a pezzi per poterla usare?"
Fu allora che Mickhayll si voltò verso di lei, sollevando entrambe le sopracciglia un po' interdetto. "No, Eden, di solito no. Ma visto che nessuno di voi conosce la città e io non ho sei stradari, devo dividere la mappa in sei parti in modo che non vi perdiate"
Eden rimase in silenzio.
Il demone rimase ad osservarla, perchè non sembrava molto convinta. "Capito?" tentò poi, gentilmente.
Eden si strinse nelle spalle. "Credo di sì" rispose, poi inspirò brevemente. "Prosegui pure"
Un grosso gocciolone si appoggiò delicamente sui capelli perfettamente pettinati di Mickhayll, mentre riprendeva il discorso. "Dunque, io e Feyha andremo nelle agenzie più lontane, ai due lati opposti della città. Sono quelle più difficili da raggiungere" Quindi passò due fogli alle ragazze del gruppo. "Electra, a te tocca via Quintino Sella. E' nella direzione del Centro Commerciale, hai già fatto con noi un pezzo di strada ieri. Eden, tu prendi via Stelvio. E' dalla parte opposta ma la strada è praticamente diritta".
Mickhayll fece il giro del tavolo e consegnò a Kahèl la cartina per via Monte Napoleone, lasciando Tears per ultimo con via Caduti nei Lager.
"Con quale criterio hai assegnato gli uffici?" boffonchiò Tears, alzando appena la testa dal suo lavoro da certosino.
Creare la chiave era facile, il difficile era creare i dentini perfettamente identici all'originale.
"Perchè questa domanda? Qualcosa non ti torna?" replicò di scatto il demone. Non un filo di ironia, stavolta. Soltanto tanta, palese irritazione. "Non hai ancora finito con quelle chiavi?"
Tears si rigirò come un cane a cui hanno pestato la coda. "VUOI PENSARCI TU PER CASO?!?! TORNA A FARE IL DEMONE-CHECCA E NON ROMPERE I COGLIONI!" sbraitò, smanaccando come un folle. Col gomito colpì la palla di nulla che cadde al suolo con un suono umidiccio. "E PORCO CANE!!!"
Seguì una colorita serie di allegre bestemmie.
Eden si chinò per recuperare la materia che era caduta - probabilmente per farlo smettere di offendere il proprio dio - ma quando fece per afferrarla, la sua mano ci passò attraverso. Per qualche istante rimase ferma, a guardare il suo pugno chiuso attraverso la palla di nulla poi schioccò la lingua annoiata e risentita. "Oh per la miseria, continuo a dimenticare che questa stupida cosa non è reale!" si lamentò, sollevandosi e poi strusciando il palmo della mano contro la gonna. Non era sporca ma l'esperienza le aveva lasciato una sensazione umida come il suono che il nulla aveva fatto cadendo. Come se fosse bagnato.
Tears recuperò la palla di materia e se la passò da una mano all'altra come se nulla fosse. "E' perfettamente reale, solo che appartiene ad uno stadio dell'esistenza che non vi appartiene!" commentò ghignando. Sembrava palesemente compiaciuto di poter arrivare là dove gli altri non potevano. "E' materia allo stato puro, roba da creature divine e semidivine. Vi rode eh?"
Mickhayll gli dedicò un'occhiata impietosia. "Non ho bisogno di raccogliere da terra qualcosa che fa un rumore simile per dimostrare al mondo di saper fare almeno una cosa utile nella vita" commentò sarcastico. "Ma d'altronde mi rendo conto che per chi come te ha capacità limitate sia un bel motivo d'orgoglio"
Appena il demone si voltò con fare altezzoso, una cosa viscida e molliccia lo colpì a 300 km/h sul copino, facendolo quasi cadere in avanti, si voltò ad una velocità assolutamente non umana, a denti stretti e occhi socchiusi, fissandoTears. Il semidio di par suo lo guardò appena, senza interesse alcuno "Questo è l'unico modo con cui puoi toccare materiale divino, CHECCA" Disse rimettendosi al lavoro su un'altra palla di nulla. Misha si passò le mani nei capelli ma ne rimase invischiato. La materia che lo aveva colpito ora non era piu evidentemente allo stadio di nulla, era una cosa viscida e molliccia ma sopratutto appiccicosa.
Il demone sibilò qualcosa, poco prima che i suoi capelli tornassero puliti e perfetti, ricadendo come fili sulle sue spalle.
"Ehm.. " Feyha era appena uscito di camera e aveva visto la scena. Un grosso gocciolone verde petrolio se ne stava appollaiato dietro le sue orecchie. Era mai possibile che, lasciati liberi di parlarsi, quei due finissero per litigare? Tears si divertiva a prendere in giro Mickhayll e Mickhayll non resisteva mai alla tentazione di stuzzicare il semidio.
Sospirò, ben consapevole che non esisteva nessuna soluzione.
Aveva appena recuperato dalla camera da letto un arco di un metro e venti, fatto di un materiale l'uminoso come l'acciaio ma che era probabilmente un legno elfico particolare: la sua arma da Gregario. Con una bella spolverata era tornato lucido e sbrilluccicante come quando erano arrivati lì.
Se lo fissò dietro la schiena e quindi indossò l'ampia mantellina impermeabile che lo copriva fino alle ginocchia. Era un indumento di plastica verde, molto simile a quello usato dai bambini dell'asilo. Solo in formato adulto di un metro e ottanta. Una cosa che solo Feyha poteva desiderare d'indossare.
L'arco era sempre troppo grande per poter essere nascosto completamente, ma per lo meno era mimetizzato e sotto la pioggia torrenziale che stava allagando la città nessuno avrebbe fatto troppo caso allo strano "zaino" che il ragazzo sembrava indossare sotto la mantella.
Feyha si tirò su il cappuccio, sotto il quale le orecchie sparirono completamente. Si vedeva solo la forma rotonda del suo viso e gli occhioni verdi, ora leggermente più scuri.
Liberatosi della cosa vischiosa che aveva reso i suoi capelli un groviglio di rovi e tornato alla sua pettinatura abituale, Michkayll affiancò il suo master con un'aria ben più pericolosa di quando si era svegliato quella mattina.
Kahèl ebbe quasi un moto di entusiasmo: Mickhayll sembrava il solito vecchio Mickhayll. Il demone.
"Siamo pronti?" esclamò il demone più vecchio, guardandoli uno per uno. Visti così sembravano i soldati di una legione pronti a partire per un attacco nella base nemica.
C'era un'aria strana nell'aria. Da una parte Feyha e Mickhayll che tornavano alle vecchie abitudini dopo nove mesi di vita tranquilla e pacifica, dall'altra il resto del gruppo che bene o male non aveva mai smesso di fare quel che faceva. Da Electra ad Eden, avevano tutti la faccia di chi sta facendo qualcosa solo perchè è il suo lavoro.
Kahèl era un caso a parte. Quella mattina sembrava rinato.
Battagliero, quasi euforico. Contento di poter sfruttare tutto il suo freddo potenziale per un'azione che doveva (era tassativo!) portare dei risultati. Lo si leggeva nei suoi occhi ametista: non avrebbe accettato un fallimento.
"Ricordate" le ultime parole, prima di chiudere la porta di casa. "La priorità è prenderlo vivo, per ottenere informazioni. Ma se questo non è possibile, ucciderlo non deve essere un problema" lanciò una breve occhiata a Feyha. "Per nessuno di noi"

Feyha aveva raggiunto via Mantova in un quarto d'ora.
L'autobus era semi-vuoto, ma aveva fatto in modo che anche quelle sei persone che viaggiavano con lui non lo notassero nemmeno. Gli elfi erano abili a non lasciare tracce di sè, quando non volevano.
Si era seduto nell'ultimo sedile in fondo, con la testa appoggiata al vetro del finestrino appannato dalla pioggia ed era rimasto così per tutto il tragitto, fino a che il numero 12 non si era fermato a qualche centinaio di metri dall'ufficio della DHL.
Si era quasi lasciato scivolare giù dagli scalini, atterrando leggiadro sulla strada asfaltata piena di pozzanghere grandi tutto il marciapiede.
All'interno, l'ufficio era già strapieno. La gente si svegliava di buon'ora per evitare la coda, ma a meno che tu non arrivassi all'apertura...c'era un sacco di gente a qualsiasi ora. Entrò silenzioso guardandosi intorno con aria apparentamente indifferente.
Non c'era nessuna chioma blu.
E ad ogni modo non percepiva la presenza di Zendaru nella stanza, nè nelle immediate vicinanze. Sospirò, decidendo di sedersi nell'angolo più lontano, dal quale avrebbe potuto tenere d'occhio l'entrata e le due ampie vetrate che davano direttamente sulla strada. Se fosse arrivato, lo avrebbe visto all'istante.
Rimase col cappuccio tirato su, in modo che Zendaru - al contrario - non potesse riconoscerlo alla prima.

Mickhayll aveva pensato più o meno la stessa cosa, al capo opposto della città.
Adesso era in piedi, immobile accanto ad un cartellone pubblicitario che elencava i favolosi vantaggi della ditta.
Lo aveva letto distrattamente, quindi aveva letto il cartello accanto e quello dopo ancora. Ce n'erano otto attaccati lungo tutto il muro.
Zendaru non si vedeva. Gli sportelli aperti erano soltanto due e i clienti - una ventina in tutto - erano ammassati in due code strette e lente.
Nessuno sembrava far caso a lui. La lama della falce era sparita di nuovo ovviamente, un attimo prima di uscire di casa.
Sarebbe stato molto strano, difatti, vedere un ragazzo in piedi dentro l'ufficio di un corriere con in mano una falce.
In pieno stile angelo della morte.
Gli venne quasi da ridere.
Se non riuscite a prenderlo vivo, uccidetelo.
La frase di Kahèl continuava a vorticargli in testa da quando era uscito di casa.
Che senso aveva uccidere Zendaru? Ammesso poi che (Feyha e Tears a parte che avevano un potenziale fuori dalla norma) qualcuno di loro potesse davvero uccidere un Gregario in uno scontro uno a uno. Zendaru era la loro unica fonte di informazioni. Ucciderlo era controproducente.
Mickhayll espirò. Certo in questo modo avrebbero tagliato i contatti tra Nakiri e l'altra dimensione, ma per quanto tempo? Dopo un'azione del genere, l'elfo avrebbe sicuramente cominciato a fare le cose di persona. Quindi in definitiva, non avrebbero risolto molto.
Kahèl sentì i suoi pensieri perfettamente.
A chilometri di distanza, sorrise.
La nostra priorità è prenderlo vivo ripetè. Ma se questo non è possibile, lasciarlo in vita è controproducente quanto ucciderlo.
In viale Venezia, Mickhayll aggrottò le sopracciglia. Per quale motivo?
Se lo lasciassimo andare sicuramente ci sarebbe d'intralcio in seguito.

Tintinnava come una renna di Babbo Natale.
Questa fu la similitudine che il cervello di Tears tirò fuori sentendo il tintinnio delle catene dei nuovi pantaloni, nonostante non conoscesse Babbo natale nè tantomeno cosa diavolo fosse il Natale.
Le vie dei semidei sono infinite.
Quelle catene facevano casino ma gli piacevano. Scintillavano con il loro freddo acciaio sopra allo strano nero scolorito dei pantaloni di velluto.
Tenevano caldo. Erano morbidi e comodi.
Tears si guardava intorno con fare sospettoso, ma ciò era dovuto non tanto al fatto che fosse ormai vicino alla sua meta - Via Caduti nei Lager - ma bensì al suo solito modo di fare che lo portava a camminare a capo chino, con le mani in tasca e l'andatura dinoccolata, squadrado gli altri dal basso verso l'alto nel vano tentativo di passare inosservato nonostante la sua altezza.
Finalmente girò in Via Caduti nei Lager. Controllò distrattamente su quel pezzo di carta patinata che il demone-checca gli aveva fornito, poi se lo rificcò in tasca appallottolandolo.
- Ha affibiato i posti a caso, eh? - Ringhiò a bassa voce, mordendo il filtro della sigaretta che teneva tra i denti.
Il ragazzo si guardò in giro. Probabilmente quello era il quartiere più malfamato di tutta la città. Da qualche tempo a questa parte, mentre camminava, aveva scorto sempre meno macchine e meno gente a piedi per i marciapiedi sconnessi. La pulizia delle strade ormai lasciava a desiderare. Gatti randagi, cani, e qualche ratto ogni tanto che gli attraversava la strada. - Bastardo di un frocio - mormorò mentre si appoggiava ad un palo della luce mezzo storto davanti alla sua meta.
L'ufficio della DHL non era nemmeno un quarto di quello che aveva visitato il giorno prima. Era alloggiato in una palazzina di dieci piani, che aveva visto sicuramente tempi migliori, molti anni prima. Qualche neon illuminava la vetrina in quella giornata uggiosa. Lampeggiavano quasi scarichi, a scatti. Anche l'insegna ormai diceva solo D e L, la H si era spenta chissà quanto tempo prima.
Tears sputò la sigaretta e si mise a braccia incrociate davanti all'ufficio. La Via Caduta nei Lager era una via privata, corta. Se il beota azzurro doveva venire li, si sarebbe accorto di lui solo molto dopo averla imboccata, per cui non c'era alcuna ragione per la quale dovesse entrare per non farsi vedere.
L'ufficio era ad angolo e il palo a cui lui si era appoggiato era oltre quest'angolo.
Lo avrebbe aspettato lì.

Aspettò che l'omino diventasse verde, memore degli insegnamenti dell'elfo. Poi attraversò.
La "testa di drago auto-qualchecosa" si fermò e alla ragazza sembrò che la guardasse male.
- Cacchio hai da guardare?!?!? - sbottò in mezzo alla strada, fissando l'autobus. L'omino tornò rosso e l'autobus suonò il clacson. Electra s'affrettò a raggiungere l'altro capo della strada - FANCULO!!!!!!! - Sbottò agitando la sua lancia da gregario, mezza mummificata da una stoffa leggera che la mimetizzava da occhi indiscreti, mentre l'autobus passava.
-Tsk - Riprese a camminare, doveva passare oltre al giardino pubblico e procedere in linea retta per un altro centinaio di metri.
Riappallottolò il foglio traslucido che Mickhayll le aveva dato e se lo ficcò malamente in tasca.
Via Quintino Sella era davanti a lei.

Appena inserì la chiave la musica partì sull'autoradio, esattamente da dove aveva spento la sera prima.
Zen lasciò che le note dei Placebo gli scivolassero addosso per un po con Sleeping with the ghost. Quando la canzone finì lasciando posto a The Bitter end, sempre dei Placebo. Zen azionò la macchina ed uscì dal garage.
Qualcosa non gli quadrava. Qualcosa gli diceva che quella non sarebbe stata una giornata qualunque.

Sono qui. A casa di Feyha e dell'altro demone subordinato di Tala.

Zen chiuse il garage e risalì in macchina.
Rimase con le mani sul volante, fermo, a fissare oltre il parabrezza.
I volti di tutti quelli del gruppo antagonista gli ripassarono davanti.
Avevano perso una volta contro di loro un anno prima, non sarebbe avvenuto di nuovo.
E poi il suo capo non glie l'avrebbe mai permesso.

La mail persa. Nakiri raramente gli scriveva fuori orario prestabilito.

Imboccò la strada principale. Uscendo dalla via in cui abitava.
Quella mattina, non c'erano scatole con mattoni nel suo bagagliaio.
Solo un tubo di cartone, sul sedile posteriore.

Tears si accese un'altra sigaretta. Tirando anche qualche Madonna quando si ustionò con il fiammifero.
Poi prese a studiare i suoi appunti sul taccuino.
C'era qualcosa che non gli quadrava. Qualcosa nella sua mente gli diceva che c'era un particolare che gli sfuggiva in tutta quella storia.
Già non gli andava molto giù che fossero andati da soli agli uffici della DHL e quel pensiero che non riusciva ad afferrare non migliorava la sua situazione mentale. Non era affatto tranquillo. Quell'idiota blu non era una mezza sega, come gli piaceva chiamarlo. Era anche lui dopotutto un pezzo grosso. Un Gregario, come Mesis. E Tears sapeva che se voleva pestare sapeva farlo e bene. Aveva perso il conto di quante volte lui e Zendaru si erano scontrati molti anni prima, quando ancora il motivo che li veva resi nemici non era andato perduto.... per sempre.
Non si accorse nemmeno che stava fissando il bracciale d'oro al polso sinistro.
Il suo cervello cercava di fargli capire ch'era in pensiero, ma Tears non lo accettava.
Tsk..in pensiero lui.
E per chi?

Finalmente Electra arrivò in via Quintino Sella, all'ufficio che le era stato assegnato a caso.
Tirò qualche parolaccia quando un albero sopra di lei decise di far cadere dalle sue fronde un gocciolone di acqua gelata esattamente nello scollo della maglia, poi entrò nell'ufficio strapieno di gente. Si sedette su una delle sedie di plastica arancioni, aspettando. Poi si rimise il cappuccio dell'impermeabile rosa.

ELECTRA: NON E' ROSA!! E' FUCSIA!!

....fucsia....

Si era seduto
"Chi cazzo se ne fotte"
Aveva detto quando si era lasciato cadere a gambe incrociate per terra, studiando meglio i suoi appunti.
Aveva fatto numerosi calcoli. Non era poi così idiota come sembava. A Tears piaceva conoscere tutto, capire tutto. Magari non lo dava a vedere, passava per quello che si faceva i fatti suoi, ma da sotto quello sguardo incazzato notava tutto di tutti.
Rimase sbigottito dai suoi stessi calcoli quando li collegò.
Si alzò di scatto in piedi fissando il taccuino come se fosse stato un demone tremendo.
Non spediva i pacchi a caso! C'era un calcolo di rotazione in quelle agenzie! Le visitava tutte di seguito in ordine alfabetico, in base al nome della via e ne saltava una alla settimana per non rendere il tutto troppo visibile!
E quella di oggi sarebbe stata.......
Se ne fregò dei mezzi bulli del quartiere che l'avevano addocchiato, probabilmente per fregargli il portafoglio, e le sue ali nere crebbero sulla schiena. La pesante spada a due mani comparve nella sua mano destra.